La luce accarezza le pietanze adagiate su una tavola imbandita a festa. No, non è l’inizio di una fiaba, è l’atmosfera in cui ci trasporta Francesco Pruneddu con le sue foto. Nei suoi scatti sembra sempre Natale, si respira magia.
Quando si pensa al mondo della food photography spesso si dimentica il lato artistico, eppure è proprio la cifra stilistica che fa la differenza. Ma facciamocelo spiegare meglio da Francesco.
Ciao Francesco, ci parli di te?
Ho iniziato a fotografare il cibo un po’ per sfida. Ho frequentato l’Istituto d’arte di Oristano e poi sono arrivato a Cagliari per studiare storia dell’arte. Mi sono dato totalmente alla studio di questa disciplina, ho abbandonato l’aspetto puramente manuale degli insegnamenti e mi è rimasto il rammarico di non aver coltivato maggiormente il mio lato creativo. È riemerso però più tardi attraverso la fotografia, lo strumento che avevo a disposizione in quel momento.
Francesco Pruneddu e l’arte della food photography
Ho sempre visto mia madre fare dolci, ma quando vivevo a casa con lei mi limitavo ad osservarla. Quando mi sono trasferito a Cagliari ho messo inpratica quello che avevo rubato con gli occhi ed ho capito che tutto sommato mi piaceva, quindi ho iniziato a mettermi alla prova.
Nel 2012/2013 mi sono iscritto ad Instagram ed ho scoperto che i food blogger americani erano avanti anni luce con la food photography, un’arte che qui in Italia non aveva ancora preso piede, eravamo in pochi a dilettarci in questo genere fotografico. Ho capito come muovermi e che mi dovevo procurare gli strumenti di lavoro. Non avevo tavolo, stoviglie, strumenti antichi…mi serviva tutto ciò che avevo visto e mi piaceva.

Devo ammettere che nelle composizioni ho avuto un po’ la strada spianata. Studiando storia dell’arte alleni l’occhio a certe atmosfere e puoi riproporle attingendo a quello che hai imparato. Sicuramente avere punti di riferimento per me è stato più semplice rispetto ad altri che si sono approcciati allo studio della composizione per la prima volta. Spesso mi dicono: “Checco a me neanche viene in mente di creare un’atmosfera come la tua”.
Nel tempo ho provato ad estendere i miei orizzonti e fotografare il cibo non solo come piaceva a me. Ho iniziato a lavorare nei ristoranti ed a scattare con cibo più gourmet, composizioni più asettiche e minimal (che tanto piacciono agli chef al giorno d’oggi). Questo è diventato un lavoro, insieme alla mia altra occupazione: lavoro nell’ufficio stampa di un consorzio che gestisce musei. Mi occupo di social insieme ad un’altra collega, quindi faccio altro – nonostante il mondo dell’arte non abbia separazioni così nette.
Nel tempo la gratificazione più grande è stata sentirmi chiedere di fare dei workshop. Mi piaceva l’idea di trasferire ad altri la mia esperienza perciò ho iniziato a farli in Italia (nella penisola). In Sardegna poco perché non c’è molto interesse.
Pensi che il fatto di essere in Sardegna sia un quid in più o un limite dal punto di vista lavorativo?
È una consolazione da un certo punto di vista, preferisco la Sardegna alle città caotiche. Mi rendo conto di essere fortunato perchè rispetto ad altre persone che scappano dalla Sardegna, io avendo il mio giro riesco a fare il mio lavoro a prescindere da dove mi trovo.
Senza considerare poi che per il tipo di foto che faccio, mi mancherebbero la mia bella campagna o il mio giardino, situazioni che mi permettono di rimanere coerente al mio stile.
Sicuramente per contro perdo una marea di occasioni di lavoro, ma non so quanto conti realmente. Io ho un lavoro a prescindere, quindi di fare collaborazioni con aziende – di cui poi magari non stimerei neanche i prodotti – non mi va e probabilmente non lo farei comunque.
Influenza fiamminga ed atmosfere nordiche
Quanto riesci a mantenere il tuo stile quando ti interfacci con chef più gourmet o minimal?
Credo che avvenga una specie di selezione naturale. Ho dovuto discutere e scontrarmi con alcuni clienti, ci sono voluti anni, ma mi sento soddisfatto di essere riuscito a far valere le mie idee. È ovvio che con loro non posso realizzare composizioni che ricordino la pittura fiamminga, perchè non avrebbe senso, ma cerco di emergere anche attraverso le foto che magari per me non scatterei utilizzando i miei colori, i miei filtri, il mio occhio.
Per quanto riguarda i social, le aziende tendono ad essere esigenti perché vogliono vendere se stesse e ti considerano uno spazio pubblicitario e ci sta (perché ti pagano), ma non ci sta nel momento in cui vedi che ho uno stile antico e mi chiedi di mettere in primo piano la scatola di un prodotto surgelato estremamente moderno. Lì mi viene da chiedere, ma chi li sceglie i content creator? È normale che io poi ti dica no…
Cerco di essere selettivo ed accettare solo collaborazioni in cui mi sento davvero rappresentato.
Il tuo stile ha un forte legame con l’arte. Quali sono i modelli che ti ispirano e ti fanno sognare?
I miei pittori preferiti sono sicuramente i fiamminghi perché rappresentano dimensioni sospese in cui il silenzio emerge dalla scena, dall’atmosfera che il pittore ha raccontato. È una pittura fatta di tanti messaggi che passano anche attraverso gli oggetti presenti in scena, è una pittura scura perché spesso venivano usati fondali scuri. Le nature morte del seicento, dei maestri olandesi, il filone che amo è quello. Una cliente mi ha detto che riesco ad ispirarmi alla storia dell’arte ma in chiave moderna ed effettivamente è un po’ così.
Il legame con il nord Europa un po’ si percepisce. Nelle tue foto sembra sempre Natale, c’è una magia di sottofondo. Da cosa deriva?
Questo è il più bel complimento che mi abbiano mai fatto. È una cosa che fa parte dello stile della fotografia di ognuno, è qualcosa che ho costruito negli anni, sbagliando centinaia di volte. Ora non ti dico che mi viene naturale, ma sicuramente sono padrone delle mie tecniche. Sono cose che impari nel tempo. La magia che appare è frutto di studio.
Una mia amica mi definisce un “povero barocco” e mi dice che esagero con queste atmosfere, ma io non seguo regole e non mi tarpo le ali.

Torte da condividere
Hai iniziato subito col mondo del food o sei passato prima attraverso altri generi di fotografia?
Ho iniziato a capire come funziona la fotografia con le chiese romaniche, perché mi sono laureato in architettura medievale. Diciamo che le prime cose che fotografavo e mettevo su Instagram erano dipinti o chiese che andavo a visitare perché mi servivano per la tesi. Poi ho capito che c’era il mondo della fotografia di cibo ed ho chiuso il cerchio, perché nella food photography tutto è fatto da me. La composizione, il dolce, la foto, è tutto mio e questo mi appaga. Per questo ho scelto definitivamente il cibo.
Anche le torte sono tue dunque? Sei autodidatta o hai fatto corsi?
Sì faccio tutto io! La lezione di mamma l’ho imparata guardando, poi ho capito che un po’ di manualità gliel’avevo rubata inconsapevolmente. Mi piace molto cucinare. Da quando sono arrivati su Ig i reel ne ho approfittato perché in tanti mi chiedevano se fossi davvero io a fare i dolci. Non propongo dolci della pasticceria moderna, non faccio nulla di troppo raffinato, però ho una buona manualità. Io ho iniziato a creare dolci con la finalità di fotografarli quindi sono diventato preciso nel cucinare e curare ogni dettaglio. Le mie torte dovevano essere anche belle, non solo buone!
Quale è la tua torta preferita e quale quella che ti riesce meglio?
La Pavlova è sicuramente uno dei dolci che mi ha fatto impazzire di più, ma ad oggi è la mia preferita per bontà e per la soddisfazione che mi dà vederla uscire come deve. All’inizio è stata dura, è un dolce dispettoso.
Le mie preferite sono la pavlova e la meringata al limone.
Sei goloso? Le torte che cucini poi le mangi?
Sì ed ho la fortuna di aver vissuto e di vivere in un condominio abitato da amici. Nel tempo sono venute ad abitare solo persone amiche qui. Mi dicono sembri “Melrose place”. È una serie che non guardavo, ma a quanto pare ricorda molto la nostra situazione. I miei dolci quindi li preparo, li mangio, ma li condivido spesso. Non mancano i vicini di casa a cui offrirli!

Francesco Pruneddu e il suo rito del pasto
La tua passione per il mondo del food deriva da una tradizione familiare?
Mia madre era l’unica che si dilettava in cucina ed in realtà non preparava tanti dolci, cucinava cose molto classiche. Preparava la crostata per farcela trovare a colazione. Mi piaceva tanto osservare e giorno dopo giorno ho imparato i procedimenti ed ho saputo replicarli.
Dici che per te è molto importante il rito del pasto. Cosa intendi? Cosa ti piace così tanto di questo rito?
Do così tanto valore ed importanza a quel momento perché quando ero all’università, appena trasferito, il pranzo non esisteva. Ero così pesante con me stesso che non mi concedevo neanche delle pause pranzo decenti. Fidanzandomi, andando a vivere da solo, ho riscoperto la gioia di fermarsi per preparare da mangiare. Ora spesso mangio con i miei amici che abitano qui e così ho riscoperto il piacere dello stare insieme a tavola. Non è una cosa scontata secondo me. Oggi anche se mangio da solo apparecchio e mi godo il momento del pasto, mi piace proprio.
Come apparecchi la tua tavola? Mantieni il gusto retrò degli allestimenti delle tue fotografie anche nella vita di tutti i giorni?
No, non proprio. Negli anni ho rinunciato ad una stanza della casa, che è diventata uno studio fotografico dove ci sono il tavolo antico, quello in legno, in marmo, i quadri appesi. Le cose sono aumentate ed ho dovuto destinare una stanza solo al lavoro. Per il resto la casa è normale, moderna, non vivo come un pittore del ‘500!
Il mio spazio creativo è talmente bello però, che accade spesso che i miei amici mi chiedano di fotografarli in questo set speciale che ho creato.
Gli esterni invece sono ambientati fuori Cagliari, in Ogliastra (nella zona est della Sardegna), dove mi reco spesso per lavoro. In questa dimensione bucolica riesco a scattare paesaggi che a Cagliari non troverei.
