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SIMONE ONORATI – QUANDO IL BAR DIVENTA TEATRO DEI SOGNI

Bartender e cofondatore di diversi progetti di mixology a Roma, Simone Onorati ha imparato l’ospitalità prima ancora di sapere che sarebbe diventato il suo mestiere. Cresciuto ad Anguillara, paese sul lago di Bracciano dove tutti conoscono tutti, passava le serate da bambino nel ristorante del padre – sgattaiolando in cucina, osservando i tavoli, assorbendo quell’energia senza filtri che solo un locale vero sa creare.

Dietro il banco, Simone non prepara drink. Racconta storie. “Il bar è un teatro dei sogni, un posto dove puoi decidere di essere chi vuoi senza essere giudicato”, dice. È convinto che un cocktail non sia solo l’espressione di una ricetta scritta, ma un’esperienza sensoriale capace di riportarti a momenti precisi della tua vita.

Dopo un corso da barman fatto quasi per caso, Simone parte per l’estero con l’idea di viaggiare e guadagnarsi da vivere. Trova invece una vocazione. Passa dal Gibson al Dry Martini, assorbe tecniche e filosofie diverse, poi torna in Italia per contribuire alla scena del Jerry Thomas Project. Ma se chiedi a Simone chi è stato il suo primo mentore, la risposta non è scontata: “Mio padre. Senza saperlo, mi ha insegnato che il servizio è uno show, che la persona conta più del prodotto.”

Oggi Onorati è tra i barman più rispettati della scena romana, ma non si accontenta. Guarda avanti, alle nuove generazioni che bevono meno, che cercano sostenibilità economica e attenzione alla salute. “Il cocktail è un prodotto di lusso. Se un ragazzo ha 20 euro, preferisce mangiare che bere. E alcuni locali romani hanno prezzi che nemmeno io riesco a giustificare.” La sua risposta? Alzare l’asticella della ricerca sugli analcolici, dare dignità al drink senza alcol, renderlo interessante quanto un signature con lo spirito.

Perché per Simone il barman non è solo chi sta dietro al banco. È chi si porta il mestiere dentro, ogni giorno. “Difficilmente riesci ad avere una linea che divide la tua vita personale da quella professionale”, spiega. Come gli chef, come chi ha fatto dell’ospitalità una missione più che un lavoro. E mentre Roma cambia, mentre i bar si svuotano, lui continua a credere in una cosa sola: il cliente ideale è quello che si lascia andare, che si gode il qui e ora, che entra in quel teatro e si concede il lusso di sognare.

Il suo progetto? Restare curioso. Continuare a studiare, a sperimentare, a portare nel bicchiere tutto quello che lo circonda – dal design alle scienze, dai dinosauri che amava da bambino all’ozono che ancora oggi gli ricorda cosa significa emozionarsi. Perché alla fine, dietro ogni drink, c’è sempre una storia. E Simone Onorati è lì per ascoltarla.

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