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Marzia Lorenzi, bere birra per conoscere sé stessi e rompere gli stereotipi

Ciao, sono Benedetta e sono astemia. O meglio, capiamoci, non disprezzo qualsiasi tipo di bevanda alcolica, ma pur avendo provato moltissimi tipi di vino e di birra, non sono riuscita ad apprezzarne il sapore. Come posso dunque essere proprio io ad intervistare Marzia Lorenzi, nota brand ambassador di Baladin, birrificio agricolo artigianale italiano? Ammettendo la mia ignoranza e chiedendole di parlarmi del magico mondo della birra.

Ciao Marzia, ci parli di te?

Nel mondo della birra artigianale un ruolo come il mio è costruito giorno per giorno, la mia storia è lunga. Ho 44 anni. Nasco in tutt’altro ambiente, sebbene mio papà e mia mamma abbiano avuto un bar in un circolo sportivo e mio cugino abbia fatto l’alberghiero e abbia avuto un ristorante e diverse pizzerie. A parte aver fatto la cameriera nel bar dei miei quando ero piccolina, non avevo una carriera avviata nel mondo dell’enogastronomia, anzi non ci pensavo proprio.

Ho studiato fotografia e lavoravo in un’agenzia di fotogiornalismo quindi in realtà non c’entrava niente. Ho però sempre avuto una grande passione per ‘l’alcool’, una passione dettata dalla curiosità, che mi ha portato ad avvicinarmi ad un ambiente che non è quello della fotografia.

All’epoca in cui ho iniziato, cominciavano ad esserci i primi blog di food che parlavano di ricette, i siti erano più strutturati, ma soprattutto alcuni giornali importanti che leggevo per lavoro (come ad esempio IoDonna o D de La Repubblica) dedicavano le ultime 4-5 pagine ad articoli molto interessanti legati proprio al mondo del food. Mi piaceva questa cosa, anche se a parte leggere le ricette non le ho mai messe molto in pratica. Non perché io non sia capace, ma perché sentivo che non era la cosa che mi piaceva.

Marzia Lorenzi, bere birra per conoscere sé stessi e rompere gli stereotipi

Cucino, mi vengono bene i risotti, mi piace mangiare, ma non sono curiosa nell’applicare le tecniche degli chef o mettermi a preparare un piatto. Volevo scoprire cosa ci fosse dietro un piatto per affinare il mio palato e scoprire l’evoluzione del mio gusto nel tempo. Con l’avvento del digitale trascorrevo moltissimo tempo online per lavoro ed io avevo bisogno di nuovi stimoli.

I miei amici erano tutti proprietari di locali, di quei locali che 20 anni fa hanno rivoluzionato la storia della ristorazione e della vita mondana a Roma. Trascorrevo lì le mie serate con loro, anche se la mattina poi ero l’unica che doveva lavorare alle 8. Quando staccavano ci ritrovavamo a bere e parlavano dei loro problemi e anche qui ero l’unica a non vivere quelle situazioni. C’era un mio amico che aveva un ristorante e che cercava qualcuno che ci lavorasse perciò mi sono detta ‘vabbè proviamo, vengo io’.

Ho iniziato come cameriera, ma non mi dispiaceva. Il ristorante aveva una cantina di vino pazzesca. Quando andavo ai tavoli però consigliavo sempre solo i vini che conoscevo perché all’epoca bevevo ma senza una grande cultura. Mi sono detta quindi che avrei dovuto fare qualcosa per allargare la mia conoscenza e mi sono appassionata alla questione.

Ho proposto uno scambio al mio amico: ogni volta che vendevo una bottiglia di vino che non era mai uscita dalla cantina, se il cliente ne lasciava un goccio, avrei potuto berlo ed assaggiarlo per farmi il palato. A volte erano stessi i clienti ad offrirmelo perché gli stranieri che vengono in Italia hanno una convivialità diversa dalla nostra, sono abituati a condividere. Da lì ho iniziato a frequentare un corso sul vino ed ho lavorato per altri locali. Piano piano, ogni volta che entravo in un posto nuovo, salivo di ruolo.

Come ti sei appassionata al mondo della birra?

Sono andata a lavorare in un noto locale romano che ha un’ampia selezione di birre artigianali e lì ho iniziato ad appassionarmi anche alla birra e mi sono iscritta ad un corso. All’epoca si iniziava a produrre la birra artigianale, ne assaggiavamo tante ed ho iniziato ad avere un buon palato.

Dopo qualche tempo ho iniziato a lavorare per Beerfellas. Ho collaborato con loro per diversi anni e poi alla ricerca di stimoli sono diventata brand ambassador per il birrificio Hibu. Mi consideravano l’enfant prodige della birra artigianale e mi avevano chiesto di portare una nuova visione all’interno dell’azienda, ma nelle multinazionali è complicato mettere in pratica le proprie idee, quindi dopo un paio d’anni ho preferito muovermi verso nuovi lidi e sono approdata da Baladin.

In Baladin ho autonomia e posso proporre le mie idee, mi sento appagata. Questa è la mia storia fino ad ora.

L’importanza di conoscere il proprio palato ed il proprio gusto

C’è una birra giusta per ogni occasione? 

Assolutamente sì. C’è anche più di una birra per il momento giusto. Dobbiamo sempre considerare che quando ci riferiamo a qualcuno che sta scegliendo una birra dobbiamo chiedergli quale è il suo gusto. Cominciamo ad uscire fuori dagli schemi anni ’80, dettati dal benessere sociale che ha spinto a bere vino e birra scelti per il pasto.

Se la persona conosce i propri gusti e sa dirmi se vuole una birra dolce o amara, chiara o scura, già mi indirizza verso quale tipo di birra vuole bere. Diciamo che tendenzialmente la birra si distingue in tipi. Ci assestiamo su i sapori che preferisce e da lì possiamo consigliarla. Parliamo di sapori e non di colori o di ciò che sta bene con un determinato piatto.

La birra scelta da un cliente ti dice qualcosa di lui? Io non ho mai trovato una birra che mi piacesse, da dove posso iniziare il viaggio di conoscenza del mio palato?

A volte sì, mi dice qualcosa. Più che altro mi dice il modo in cui la scelgono. Tu sei astemia e se ti dovessi approcciare alla scelta di una birra proverei a capire il tuo gusto. Mettiamo caso tu mi dicessi che vuoi una cosa dolce. C’è un grande range di possibilità verso le quali ti potrei indirizzare. Il dolce è al tuo palato, io dovrei capire cosa è dolce per te. In pasticceria è facile capire cosa è dolce, una tartina con i frutti di bosco è più acidula rispetto ad una pastarella con la crema, con la birra è più complesso.

Ciò che mi dice ciò che sta bevendo il cliente è quanto conosce i suoi gusti, il suo grado di attenzione al suo palato e – perché no – anche quale è la regione dove si troverebbe meglio in vacanza.

Quale è la tua birra preferita?

Non posso dire di avere una birra preferita. Io ho uno stile preferito, un gusto. Bevo tendenzialmente cose di bassa gradazione e amarognole. Non mi piacciono le IPA strappalingua. Io ho imparato a bere tanta birra in Inghilterra, quindi per me è quella la birra: una bitter da 4 gradi che è amarognola, ma con un retrogusto biscottoso. Ne bevi 10 ed è come se avessi bevuto un rum e cola.

Rompere gli stereotipi e liberarci del patriarcato

Donne e birra. Ci sono molti stereotipi legati al mondo della birra, ancora fortemente connotato da una preponderanza maschile,  e tu li combatti fortemente. Come possiamo liberarci di questi retaggi?

Una cosa a cui tengo particolarmente e di cui parlo sempre quando mi occupo della formazione dei locali e quando vado ai festival è il bisogno di uscire fuori dagli stereotipi. Non mi piace quando il gestore di un posto presuppone che il cliente (o la cliente) che si trova di fronte beva quello che lui pensa nella sua testa che gli debba piacere.

Ti faccio un esempio, io sono donna e bevo cose secche, amare e acide, tutto il contrario dello stereotipo della donna che beve cose dolci. Ci tengo in modo particolare all’attenzione nei confronti dei clienti e voglio che sia la singola persona a dirmi cosa vuole bere.

Quando vengono le signore di età avanzata e mi dicono ‘mio marito ha scelto la birra e quindi bevo questo’, so che per loro è abitudine, ma ci tengo che siano loro a dirmi cosa vogliono bere. Questo è uno dei grandi scalini della società, il patriarcato. Odio quando dicono ‘sei una donna ti piaceranno le cose dolci’. A me fanno schifo i dolci e comunque ho diritto di scegliere senza che si presupponga cosa mi piace. Le persone devono iniziare ad esplorare il proprio gusto e distaccarsi dagli stereotipi.

Quando scegliamo una birra non ci fermiamo davanti a schemi preimpostati. Ho fatto una battaglia per cambiare modo di dire e slogan. Un’espressione che odio ad esempio è la definizione ‘bionda’. Bionda non vuol dire niente, ti potrei dare una bionda ma dartela amara. I colori non sono sapori, non mi stai dando indicazioni. Le persone si avvicinano al loro gusto visivamente, non di sapore. Nessuno si sofferma a pensare ‘cosa voglio bere in questo momento’.

C’è un brand ambassador di un importante marchio di birre dell’est Europa che è donna. In Italia invece siamo ancora legati al ‘bevi una bionda’, slogan della Peroni di tanti anni fa. Lo stereotipo da togliere è tanto.

Si dice che “Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere”. Pensi sia vero?

L’alcol è da sempre il collante della società, è un buon lubrificante. Senza dover andare in coma etilico, bevuto con moderazione e stando attenti a non guidare, aiuta a sciogliersi. A meno che non si sia logorroici come me!

Comunque in America ed in Australia si sta lavorando molto anche su bevande no alcol che sono altrettanto gustose e con le quali si possono preparare cocktail identici a quelli classici, la differenza è davvero impercettibile. Miscelati giusti sembrano drink normali, alla cieca non avrei capito la differenza.

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