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Infermiera e bartender. Amore e Gin: Silvia Carpene!

Buseto è una piccola oasi del buon bere – e mangiare- di derivazione veneta nel cuore del quartiere Pigneto. Tuttavia, è molto più di un gin bar: è un capitolo importante della storia di Silvia Carpene, che apre questo locale dopo aver lasciato il suo lavoro, la sua città, trasferendosi a Roma.

 

A Verona ho fatto l’infermiera per quasi 10 anni poi successivamente il bartending mi ha portato a Roma ad aprire Buseto. È stata una bella avventura perché sono passata dall’essere una dipendente a diventare manager, bartender… un po’ di tutto!

 

A tutt’oggi, le capita ancora di indossare la divisa da infermiera. Come ha fatto nel lockdown di un anno fa e come sta facendo in questi giorni.

 

L’infermiera è il lavoro più bello del mondo. Sono tornata farlo durante quest’anno qualche volta. Quando uno diventa infermiere lo è per sempre. Fa conto che il mio locale è in mezzo all’area pedonale, quindi intorno a me ci sono pub, ristoranti, negozi…e quando si fa male uno chef mi capita di ritrovarlo nel mio bar. Io lo accolgo e gli dico “vieni, ti curo, ho tutto!”, in tredici metri quadri ho una cassetta del pronto soccorso che manco l’ospedale! Sicuramente sono un’infermiera e quello che sei, resti”.

 

Cosa ti ha spinto a  a ricominciare daccapo, a migliaia di chilometri dalla tua città?

Roma l’ho scelta, in realtà, per amore! Mi sono innamorata di un romano: ci siamo conosciuti alle 6 di mattina al Robot Festival a Bologna nel 2015, sulla navetta del ritorno. Io cercavo di evitarlo, ma lui continuava a parlarmi e alla fine ha fermato un autobus in corsa sul quale ero per darmi il suo biglietto da vista. Poi ci siamo sentiti e non è più finita. Per due anni abbiamo avuto una relazione a tre: io, lui e la compagnia di treni Italo. Successivamente mi sono licenziata dal mio lavoro e a Roma non ho trovato un impiego come infermiera. Allora mi sono detta “sai che c’è? cambiamo tutto! Mi porto solo i vestiti della vecchia vita e ricominciamo da capo!

 

Prima infermiera, ora imprenditrice. Due mondi totalmente diversi…

In realtà trovo che si accostino moltissimo. Io per un paio di anni ho fatto la barista in una birreria durante l’università e le competenze relazionali che avevo imparato al bar mi sono servite tantissimo con i pazienti. E successivamente far vedere al cliente, come facevo con i pazienti, che hai voglia di prenderti cura di lui mi ha aiutato tantissimo nel bartending. Che poi è hospitality per me.

 

Sono lavori in cui ti deve piacere stare a contatto con le persone…

Assolutamente! Questi due lavori li fai perché ti piacciono le persone. Sia la scelta professionale di fare l’infermiera che quella di avere un locale. Il mio è su strada, è uno street bar dove veramente incontri di tutto e di più! Lo fai appunto perché ti piace conoscere la gente, perché ti piace la gente e hai voglia di stare con loro.

 

È stato difficile aprire un locale a Roma?

Una difficoltà immensa! Bisogna essere degli eroi per farlo. Dal punto di vista burocratico è un dedalo di leggi, di circolari che si annientano l’una con l’altra, di vigili che devi spiegargli cosa stai facendo e che applicano la legge in un modo diverso uno dall’altro. É stata veramente un’impresa titanica nonostante mi sia affidata a tecnici e nonostante io stessa abbia studiato la legge, perché poi il vigile arriva da te. Non va dal tecnico che è a casa alle 9 di sera. È stato veramente complicato.

 

E invece il fatto di trasferiti a Roma e ricominciare da zero? Come l’hai vissuto?

Io sono partita a 30 anni quando avevo tutta la mia vita costruita. Non sono scappata da una situazione dove non stavo bene e sono arrivata qua non conoscendo nessuno. I primi mesi sono stati un po’ complicati. Poi devo dire che i romani mi hanno abbracciata, mi hanno accolto e nel giro di sei mesi ero in ferie con dei clienti. Quindi sono anche brava a fare amicizia! -ride- Sono contenta, non tornerei indietro.

 

Il tuo locale nasce all’insegna dell’amore per il tuo compagno… ma anche per il gin.

Assolutamente! È il protagonista numero uno e la mia missione è portare il Gin tonic ovunque e sopratutto raccontare le storie che stanno dietro a questo prodotto. Quando ho scelto di aprire il locale ho deciso che c’avrei messo dentro la cosa che mi piace di più e per quanto riguarda le cose da bere, è il gin. Credo che sia uno spirito veramente incredibile. Intanto perché sono nati in questi ultimi anni tantissimi gin italiani che hanno la caratteristica di raccontare il territorio da dove nascono. Molto spesso si raccolgono le botaniche attorno alla distilleria come si faceva una volta, ed è bellissimo perché ci sono i gin distillati in entroterra che sanno di “terra”, i gin distillati sul mare che sono sapidi, i gin che sono distillati in montagna che sanno di pino, di muschio e questo secondo me è molto bello, soprattutto quando ho la possibilità di trovare un cliente che ha voglia di farsi accompagnare in questo percorso.

 

 

Trovi che il gin sia più versatile nella mixologia?

In realtà no. Il fatto che sia uno spirito chiaro non vuol dire che sia “semplice”. Però un gin puoi usarlo per fare quasi tutto. Il mio sforzo è quello di esaltare ogni gin, le sue caratteristiche e le sue peculiarità.

 

Con il tuo locale hai portato un po’ di Veneto nella città di Roma!

Assolutamente. “Buseto” vuol dire “buchetto” perché il mio locale è grande appena tredici metri quadri. Il cibo, nel senso del “cicchetto” è quel rompi digiuno, quello stuzzichino divertente che metti accanto al prosecchino. È così che si vive il cicchetto in Veneto. Ovviamente ho dovuto riadattare la cosa alle porzioni romane, quindi non sono proprio dei finger food! Ma ho cercato di portare sicuramente quella che è la cultura veneta. Facciamo le polpette di manzo, le polpette di pesce, la domenica  la polenta con il baccalà, oppure abbiamo dei taglieri molto buoni. Cerchiamo insomma di fare delle cose divertenti, fruibili per tutti e sopratutto gustose!

 

Come faccio a scegliere uno dei gin dalla lunga selezione che c’è al Buseto?

Io e i miei colleghi abbiamo imparato un decalogo di domande per trovare il gin adatto a te. Si parte innanzitutto dalle botaniche principe e nella drink list i gin sono divisi per “sentori”, quindi gin dove le botaniche che si sentono di più sono quelle fiorite, oppure con sentori speziati, gin più secchi, agrumati, abbiamo anche due gin affumicati. Facciamo delle domande come “cosa bevi di solito?”, “lo vuoi più secco o più morbido?” e per chi è un po’ più del mestiere o ha già bevuto da noi gli chiediamo se vuole un compound, una distillazione secca…Attraverso questa serie di domande che ormai abbiamo standardizzato riusciamo a trovare il gin adatto alla persona.  Anche per l’acqua tonica abbiamo fatto un elenco di prodotti che si sposano perfettamente con un determinato tipo di gin. Niente è lasciato al caso, tutto è molto scientifico. Ovviamente è frutto di esperimenti fatti da noi e dai nostri epatociti -ride-. Con l’intervista al cliente riusciamo a capire cosa gli piace ed è difficile che sbagliamo.

Siamo tornati in zona rossa, come stai affrontando questo periodo?

Quest’anno la prendiamo un po’ più positivamente perché, per ora, possiamo occuparci ancora dell’asporto che faremo sicuramente durante i fine settimana. Abbiamo i nostri ready-to-drink che funzionano bene devo dire. Cerchiamo di sopravvivere così -ride-. Ma è un modo di lavorare diverso, perché noi facendo hospitality siamo più abituati a coccolare il cliente seduto al tavolo.

 

Un’ultima domanda: cosa sarebbe successo se quell’autobus non si fosse fermato?

Ma guarda, io credo che starei ancora facendo l’infermiera, forse non a Verona. Ho avuto un compagno che mi ha aiutato, perché diventare imprenditore è difficile. Sbagli tante volte, anche se hai una guida davanti a te. Però probabilmente sarei ancora un’infermiera.

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